Come vivi questo momento storico così difficile per il teatro?
Lo vivo come si vive la perdita di un compagno di vita. È un lutto.
Cosa ti manca di più del tuo lavoro?
Tutto. Mi manca l’atto creativo, il corpo attraversato dal pensiero e dalla parola, le prove, la ricerca, il rito, la condivisione, il pubblico, gli applausi, i silenzi, l’odore del teatro, la luce e il buio, il rumore del sipario, l’attesa dietro le quinte, l’ansia, l’adrenalina…
Ogni volta che si va in scena si vive un tempo che sta tra la nascita e la morte. Si ripercorre il tempo dell’uomo su questa terra. È un atto rituale e profondamente religioso. Quando si assiste alla chiusura dei teatri non resta che partecipare al funerale.
Come ti sei organizzata per superare questi limiti?
La pratica teatrale ti consente di leggere la realtà con una sorta di preveggenza. A marzo del 2020, poche settimane dopo l’istituzione del lockdown, ho capito che sarebbe passato almeno un anno, prima di tornare a fare teatro.
Ho fatto ricorso alla mia esperienza nel campo della didattica e della formazione. Il teatro per me non è mai stato solo recitare. Ho sempre indagato la relazione con lo spettatore, la scrittura, la regia, la straordinaria commistione di linguaggi e ho fatto anche sperimentazioni nelle scuole e nelle comunità. Queste esperienze mi hanno permesso di pensare alla creazione di un sito dove tenere lezioni on line.
Sono soddisfatta di questa scelta perché sono indipendente e posso essere utile agli altri. E poi, mi piacciono le sfide e le nuove tecnologie!
Questo è il tempo della ricerca e della metamorfosi. Nessuno sa cosa succederà. Nella infinità tragedia che stiamo vivendo, questo orizzonte non prevedibile, può essere una grande opportunità creativa.
Cosa pensi a riguardo della poca tutela nei confronti degli operatori dello spettacolo?
Penso che la pandemia non ha fatto altro che portare alla luce lo stato di profonda precarietà e di scarsa tutela in cui versa il settore da decenni. Trovo che il sistema teatrale che conosciamo non funziona perché contribuisce ad aumentare le disuguaglianze. Viviamo in un paese dove una minoranza di professionisti domina i palcoscenici, la televisione, il cinema, la radio, il web e gli altri che sono la maggioranza, sono costretti ad inventarsi ogni giorno il modo per lavorare, pur avendo la stessa formazione e capacità. Mi auguro che l’impegno della categoria possa aiutare a produrre nuove e più giuste tutele per tutti. Temo una strada tortuosa anche per la poca considerazione che in generale si presta ai lavoratori dello spettacolo. Lo dimostra il fatto che è possibile partecipare alle messe nelle chiese e non si può tornare, con le stesse cautele, ad assistere agli spettacoli nei teatri.
Qual è la tua previsione a breve e lungo periodo?
Ad un anno dalla comparsa del contagio non sono ottimista, vista la nuova impennata di questi giorni e le difficoltà nella campagna vaccinale.
Ci sarà sicuramente un momento di respiro durante l’estate. Come è successo l’anno scorso, si potrà tornare a fare spettacolo, ma comunque sempre con estrema difficoltà.
A lunga scadenza, non posso fare previsioni. Posso solo pensare che il mondo è ormai cambiato e anche il teatro dovrà cambiare.
Spero che dopo la pandemia, come è successo nel dopoguerra, ci sia una rinascita delle arti dello spettacolo. Le grandi tragedie rimescolano le carte e aprono spazio agli invisibili, artisti che non fanno parte dei giri che contano.
Questo potrebbe produrre uno svecchiamento e un’ondata di creatività. Mi auguro al contempo che le persone tornino ad aver voglia di varcare la soglia di un teatro. Il rischio che si possa rimanere ancorati al divano di casa davanti ad uno schermo strapieno di offerte di ogni genere è reale.
Confido nel contagio delle buone pratiche e dell’amore per la bellezza e la vita.
